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Domenica 16 Dicembre 2018

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Verona città dell'amore. Sulle antiche pietre...i passi di Giulietta

Questo percorso nel cuore della città scaligera è il percorso di un sogno, come è un sogno l’amore. La realtà resta fuori dal nostro itinerario: noi inseguiamo un mito leggiadro che lieve si sposta nelle piazze antiche, fra i vicoli ed i cortili in penombra. Qui è facile immaginare storie, figure ed eventi del passato. Qui si aggira lo spirito di Giulietta.
L’illusione di un amore puro e incontaminato, che perdura nel tempo, appartiene alla magia del sogno. È fiaba? È leggenda? E’ teatro? Non è così importante. È comunque un sogno che invitiamo tutti gli innamorati a percorrere con noi…
L’appuntamento di partenza è obbligato: la “Casa torre” trecentesca in Via Cappello che la tradizione popolare ha sempre identificato con la dimora dei Capuleti, la famiglia di Giulietta. In realtà, solo all’inizio del Novecento, dopo l’acquisto da parte del Comune dello “stallo” dei Dal Cappello, Antonio Avena, direttore dei musei Veronesi, restaura l'edificio in stile neo-medievale. Vi inserisce in facciata un antico sarcofago che diviene il celebre balcone. Nel cortile lo scultore Nereo Costantini plasma nel bronzo la slanciata figura di Giulietta adolescente. Così si da vita al luogo, consacrato per sempre al mito, dove oggi l'immaginario collettivo può far rivivere il ballo mascherato, il momento di festa in cui nasce l'amore.
L'incontro tra Romeo e Giulietta, i giovani discendenti di Montecchi e Capuleti, due avverse casate, avviene nel carnevale del 1303, all'epoca di Bartolomeo della Scala. La loro storia compare in Italia all'inizio del Cinquecento, in una pubblicazione di Luigi Da Porto e, qualche anno dopo, viene raccontata dal domenicano padre Matteo Bandello in un simposio aristocratico nella campagna veronese. E' un intreccio di grande successo che inizia presto a diffondersi anche oltre i confini italiani. Non sappiamo se Shakespeare fu mai in Veneto, né come venne a conoscenza di queste fonti, ma seppe unire finzione storica e immaginazione, intessendo nella poesia una trama d'amore universale. La vicenda scorre veloce nell'arco di appena cinque giorni: l'incontro, l'amore, la lotta, la fuga, l'avvelenamento, la morte. Una parabola dal ritmo incalzante che brucia intensa dal primo momento fino al tragico epilogo, un capolavoro lirico sempre attuale sulle emozioni umane.
Sul filo rosso che unisce i due innamorati raggiungiamo Piazza delle Erbe, per immaginarvi una passeggiata confidenziale tra Giulietta e la sua balia. Quest'ultima è una figura creata dal drammaturgo inglese, nuova per il teatro elisabettiano. Un personaggio intriso di domestica comicità, abilmente inserito nella tragedia, per offrire alcuni spunti di umorismo popolare che alleggeriscono il clima di tensione della vicenda.
Nel cuore della città storica, Piazza delle Erbe, l'antico foro romano rimasto in epoca comunale e scaligera il fulcro della vita economica, testimonia i mutamenti architettonici ed "istituzionali" intervenuti nel passaggio dal Comune alla Signoria, e costituisce ancora oggi il centro vitale della città. Possiamo supporre che le due donne, la fanciulla e la sua nutrice, si fermino ad ammirare la nuova facciata della Domus Mercatorum, antico edificio di legno, ricostruito in pietra nel 1301, come sede dell'organismo al vertice delle arti e dei commerci, per dirigersi verso la zona delle sgarzerie, situate nell'area dell'attuale omonima "corticella". Era questo il magazzino dove venivano depositati i tessuti per un attento controllo di qualità, qui era anche accentrato il commercio dei panni di lana, in precedenza frammentato in diversi esercizi.
Un'innocente vanità? Un femminile desiderio di nuove vesti per rendersi più bella agli occhi dell’innamorato? Ci piace immaginare Giulietta, giovane adolescente-aveva quattordici anni-  in un quadretto domestico, ancora ignara del suo tragico destino.
Il nostro sogno ci porta altrove. La tragedia incalza. Ci spostiamo lì vicino, presso il Volto Barbaro, dietro le case Mazzanti, nel luogo già macchiato dal sangue scaligero di Mastino I che, nel 1277, venne pugnalato a morte da cospiratori appartenenti a famiglie avverse. La storia ricorda che il fratello Albergo riservò ai mandanti dell’assassinio una esemplare punizione: dopo averli uccisi, rase al suolo le loro case e fece realizzare con la polvere dei mattoni il nuovo selciato che da Piazza Erbe portava a Ponte Navi. In questo sinistro sito ci piace ambientare la violentissima rissa che scoppia tra i giovani appartenenti alle due fazioni rivali. Lo scambio di ingiurie porta Tebaldo, amico cugino di Giulietta, ad uccidere Mercuzio, l’amico di Romeo.
Romeo, sconvolto, insegue Tebaldo per le vie della città e lo raggiunge per colpirlo a morte  su il corso vicino a la Porta dei Borsari, come ci narra il Bandello.  Sul luogo oggi è posta una lapide a ricordo del fatto di sangue.
Il susseguirsi di questi eventi di violenza ci porta ad inserirci nel clima del Trecento veronese, dominato da una cupa atmosfera di lotte intestine tra grandi famiglie rivali. È un clima che si presenta di notevole suggestione per la fantasia di Shakespeare. Il grande drammaturgo vede l’Italia, e in particolare il Veneto, come un luogo dal fascino esotico dove tutto è portato all’estremo, intrighi politici e passioni amorose, mortali rivalità e sanguinose vendette. L’ambiente diviene teatro, il teatro uno specchio di vita.
Dall’omicidio di Tebaldo la morte diventa protagonista del dramma. Le situazioni, legate l’una all’altra da una tragica fatalità. Corrono inesorabilmente verso la crudele conclusione della vicenda. Bartolomeo della Scala, indignato, condanna Romeo all’esilio.  Il giovane Montecchi si allontana da Verona, disperato di lasciare l’amata. “Non esiste mondo fuori dalle mura di Verona…soltanto, purgatorio, supplizio e l’inferno stesso”.  Ci piace sognare che la sua voce ancora rimbalzi come un’eco lontana fra le mura severe che circondano il luogo che segnò il suo destino: l’austero Cortile del Palazzo Comunale.
Con i tre lati porticati, l’uniforme decorazione muraria di cotto e tufo alternati e la maestosa scala in pietra, aggiunta nel Quattrocento, questo spazio (detto oggi Cortile del Mercato Vecchio per il commercio di biade che vi si teneva nel tardo medioevo) conserva tuttora l’imponenza che viene deputata all’esercizio del potere. Il Palazzo Comunale è un castello urbano arricchito da torri, di cui due conservate sino ad oggi.
In particolare la più alta, la Torre dei Lamberti, dal nome della famiglia proprietaria all’origine, offre dal suo vertice una splendida veduta della città.
Non esiste mondo fuori dalle mura di Verona…soltanto, purgatorio, supplizio e l’inferno stesso” grida Romeo nel suo dolore e noi ora, conquistati dalla bellezza dei luoghi, dobbiamo concordare con lui. In quest’area silenziosa le pietre raccontano, a chi le sa ascoltare, la storia crudele di amore e morte, giovinezza e tragedia che le ha viste testimoni, la storia che oggi guida il nostro cammino.
Ancora qualche passo e siamo in Piazza dei Signori. Il sito, all’epoca probabilmente ancora ingombro di casupole e botteghe, si trasforma con la dinastia scaligera nel complesso rappresentativo-residenziale che oggi conosciamo. Ad Albergo, nel 1285, si deve la costruzione del grandioso palazzo di famiglia, dotato di porticato e di un giardino con grande pozzo che si estendeva nell’area oggi denominata “Cortile del Tribunale”.
Per dar corso all’opera fu necessario ottenere una modifica degli Statuti che vietavano la costruzione di edifici fortificati nelle immediate vicinanze del Palazzo del Comune. È la prima pubblica manifestazione del potere scaligero. Alberto, giusto e generoso, viene chiamato dalla plebe honorato padrone e lascia al figlio Bartolomeo la signoria ormai consolidata sul territorio.
La piazza diventa nei secoli il salotto della città. Con le suggestive aggiunte della Loggia del Consiglio e del Palazzo della Prefettura, e l’ingrandimento del cimiterium scaligero, l’ambiente, racchiuso da ogni lato da palazzi medievali, diventa una scenografia naturale per suggestive rappresentazioni della tragedia shakespeariana. Indimenticabile, nel 1950, la messinscena dell’opera con la regia di Renato Salvini. L’incontro dei protagonisti al ballo, con un eccezionale Vittorio Gassman nel ruolo di Romeo ed Edda Albertini nella parte di Giulietta, venne allestito sotto la Loggia del Consiglio e fu necessario spostare la statua di Dante per permettere maggiore visibilità agli spettatori. L’intera città venne coinvolta dall’evento. Cavalli e carrozze attraversarono le vie del centro e, al compimento della tragedia, le campane della Torre dei Lamberti suonarono a morte.
Magnifico memento mori ma, allo stesso tempo, celebrazione della persistenza della memoria, sono le vicine Arche Scaligere, complesso sepolcrale dei Signori di Verona, una delle espressioni più singolari ed elevate della scultura gotica, vero “giardino di pietra”.
Una meraviglia statuaria che all’epoca di Giulietta non c’era. A quel tempo, davanti al Santa Maria Antica, esisteva solo il monumento funebre di Alberto. Un sarcofago d’ispirazione romana dal coperchio a due spioventi, che raffigura da un lato Alberto in ginocchio presentato da due angeli alla Vergine in trono e dall’altro Alberto a cavallo in abiti civili che impugna una spada.
Assorta lo guarda Giulietta, mentre progetta la sua finzione di morte, determinata a realizzarla ma con l’animo pieno di paura, quasi preveggendo il tragico destino che l’attende.
A pochi passi dal cimiterium scaligero di nuovo alloggia l’amore. Lo spirito tormentato di Romeo ci chiama ad ammirare una delle più suggestive case medioevali veronesi: Casa Nogarole, che la tradizione assegna ad abitazione della famiglia Montecchi.
La casa di Romeo è una sorta di castello urbano, segno dell’importanza della famiglia, e presenta tuttora murature in cotto merlate alla sommità nel cortile cintato verso la strada e nei resti della torre angolare.
Fuori dalla cerchia delle mura scaligere, l’epilogo della tragedia: la tomba di Giulietta. È un ulteriore intervento del Sovrintendente Avena che, nel 1938, ambienta in un luogo isolato, ma raggiungibile dal centro con una breve passeggiata, la fine di una storia che il tempo non cancella. Il sepolcro di pietra è situato in un sotterraneo all’interno del chiostro di San Francesco al Corso, suggestivo e diroccato complesso monastico, che oggi rivive nel ricordo del mito. Qui finisce la nostra passeggiata tra storia e leggenda, tra vita, sogno e teatro.
A chi ci ha seguito, vogliamo ricordare il consiglio di Alfred de Musset: “…non partite senza gettare un fiore sulla tomba di Giulietta.. La potenza degli Scaligeri si è spenta, ma l’amore dei due giovani sventurati vive ancora nella memoria di tutti e vi rimarrà finché esiterà la poesia”.


Percorso guidato ideato e realizzato da La Città Nascosta – associazione culturale www.cittanascosta.com
Testi a cura di Luciana Premoli Monti, Letizia Todesco

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